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2008/10/31 Siamo un milione, urla al tg uno studente romano. E non mi colpisce che usi il numero in maniera disinvolta (magari erano duecentomila), ma che lo urli come se essere tanti fosse l’unica cosa che conta. Di ogni manifestazione solo questo ormai rimane nella memoria. Il numero. Autentico, supposto, conteso o surreale come i due milioni e mezzo del Circo Massimo, che per starci tutti avrebbero dovuto essere magri come Fassino. La dittatura del numero è una regressione recente, ma assimilata così in fretta che a molti sembrerà incredibile sia esistito un tempo in cui il numero non contava nulla. Eppure la storia dell’umanità è stata per millenni una storia di minoranze decise: ad assaltare la Bastiglia o il Palazzo d’Inverno furono in pochi. Eppure il capitalismo degli anni d’oro si basava sull’assunto di Cuccia: «Le azioni si pesano, non si contano». Eppure i romanzi di Gadda diventarono dei classici avendo molto meno pubblico di un programma della Ventura. La quantità non era ancora sinonimo di qualità. Le maggioranze erano «silenziose» per antonomasia. E quando non lo erano diventavano pericolose. Oppure ottuse: quanti saranno stati in piazza Venezia nel giugno 1940 ad applaudire la dichiarazione di guerra? Un milione, forse due milioni e mezzo. Ma il numero non rende quell’ovazione più civile delle lacrime con cui l’avranno ascoltata alla radio i cenacoli ristretti dei dissidenti. Sarà per questo che non mi sono mai piaciuti i cortei e le processioni. Per citare l’introverso Paolo Giordano, ai ragazzi che si adeguano alla retorica della massa preferisco la solitudine dei numeri primi. 2008/10/24 Se vincessi cento milioni di euro al Superenalotto come quel fortunello di Catania, giuro che non saprei cosa farne. Ho desideri che costano meno. Così mi sono rivolto a un amico per chiedere consigli, nell’eventualità. Lui mi ha risposto quanto segue: «Cinquanta milioni li dai subito in beneficenza: una catena di ospedali in Kenya a tuo nome e ti sei ripulito la coscienza per l’eternità. Te ne restano comunque altri cinquanta per sporcartela con vizi e stravizi. Siamo un Paese cattolico, no? Sempre in bilico fra senso di colpa e voglia di peccare. Nei sondaggi della coscienza facciamo i veltroniani, ansiosi di cultura e valori immateriali, ma nella realtà della pratica c’è un piccolo premier ingordo in ciascuno di noi. Villoni, macchinoni, donnoni. E non pensare di nascondere la tua ricchezza: impazziresti. Perché in Italia non conta avere, ma far sapere agli altri di avere. Non sentirti orribile, se li vincesse un altro farebbe di peggio. Chi sputerebbe sul tavolo del capufficio un attimo prima di licenziarsi. Chi si comprerebbe l’azienda per il solo gusto di licenziare il capufficio. E chi guarderebbe negli occhi il coniuge sopportato da secoli per mancanza di vie d’uscita: "Sai che c’è, cocco (cocca)? È fi-ni-ta". Il denaro è un moltiplicatore del tuo ego. Ne esalta pregi e difetti. E poiché i difetti sono sempre più numerosi, con cento milioni di euro diventeresti quasi sicuramente un tizio arrogante e insopportabile. La libertà dal bisogno si tradurrebbe soprattutto nella libertà dal bisogno di piacere agli altri, che ti ha indotto fin qui a frenare gli istinti peggiori». «Insomma», ha concluso il mio amico, «vincere cento milioni di euro è abbastanza una meraviglia, cioè uno schifo. Fortuna che non li hai vinti tu e che in ogni caso ci sono poi le banche a mostrarti il modo migliore per perderli tutti, il più in fretta possibile». 2008/10/17 I giornali austriaci: era con un giovane
VIENNA Joerg Haider continua ad attirare l’attenzione pubblica, sotto i riflettori le ultime ore di vita del leader politico prima dell'incidente. L’improvvisa scomparsa, a 58 anni, del leader dell’estrema destra, morto nella notte fra venerdì e sabato scorsi in un incidente d’auto vicino Klagenfurt, tiene banco anche oggi sulla stampa austriaca. A scatenare la curiosità è un’ora di buco prima della morte, che nella ricostruzione dei fatti ancora manca e che dà adito a una valanga di congetture, inclusa quella che Haider possa avere visitato un locale gay. Il tabloid ’Oesterreich’ annuncia invece la «rivelazione» delle ultime ore e ne indica la presunta ricostruzione. Dopo la visita (nota) la sera di venerdì 10 alla discoteca Le Cabaret a Velden, Haider se ne sarebbe andato molto prima di quanto ritenuto, alle 22:30. Dopodichè sarebbe scomparso per tre quarti d’ora e riapparso alle 23:15 in compagnia di un giovane in un locale a Klagenfurt. In realtà si tratterebbe del locale per omosessuali ’Zum Stadtkraemer’ (dal bottegaio). Qui, secondo testimoni, si sarebbe appartato in un angolo, scolandosi un’intera bottiglia di Vodka. Sarebbe uscito esce l’una di sabato barcollando. Qualcuno gli avrebbe offerto di portarlo a casa ma Haider si sarebbe da solo al volante dell’auto di servizio: alle 01:18 era morto, l’autopsia conferma che era ubriaco. Oggi sono inziate le commemorazioni prima dei funerali. Omaggio di massa alla salma del defunto governatore della Carinzia: la bara resta per due giorni (ieri e oggi) esposta nel Landhaus (parlamento regionale) a Klagenfurt e solo ieri 20.000 persone vi si sono recate in pellegrinaggio per rendere l’ultimo saluto. LA STAMPA 17 OTTOBRE 2007 2008/10/14 Nel mondo, solo con me stesso, mi lasciarono gli dèi che decidono. niente posso contro di loro: ciò che mi danno accetto senza obiezioni. Così il grano si piega al vento e, quando il vento cessa, si erge di nuovo. fernando Pessoa Non so dove i gabbiani abbiano il nido, ove trovino pace. Io son come loro, in perpetuo volo. La vita la sfioro com'essi l'acqua ad acciuffare il cibo. E come forse anch'essi amo la quiete, la gran quiete marina, ma il mio destino è vivere balenando in burrasca. Cardarelli 2008/10/12 Conquistare il rispetto soltanto dopo la morte, anzi, addirittura proprio a causa di essa. Destino infame. Sorte vigliacca. Il razzismo più feroce non è quello nei confronti degli extracomunitari, ma quello nei confronti dei nostri figli, stranieri o no, ammazzati sul lavoro. I ragazzi, con i nostri tratti somatici, i nostri colori, i nostri occhi e quelli, con altri colori, arrivati da «noi» a morire, compiendo così il destino che sembrava pesare su di loro sin dall’inizio. Giovani che rimangono lì, impiccati ad una nuvola. Nessuno li vuole guardare. Tutti distratti dalla grande o piccola esistenza che consente soltanto un’occhiata disattenta alle statistiche. Un attimo e via. Nel primo semestre 2008, in base ai dati dell’Inail, sono stati 555 i casi mortali di incidenti sul lavoro. Nello stesso periodo il totale degli infortuni, mortali e non, è stato di 444.755. Un attimo e via... Una cifra in calo rispetto ai 586 verificatisi nei primi sei mesi dell’anno scorso. «Ma va’?». Un attimo e via... «Scusa, c’è mica la Champion, stasera?»... E intanto l’unica vita di Salvatore, di Giovanni, di Marco, di Pietro, Gregor, Adrian, Muhammad, inchiodati sulla croce vigliacca della necessità assoluta di guadagnare qualche soldo da portare a casa a qualsiasi costo, l’unica vita è adesso, dopo la «disgrazia». Morire, dormire, sognare, forse...». Voglio credere che stanno sognando. Sognando di avere una casa decente, una donna che ha programmato di amarli fino alla vecchiaia, dei figli che vanno a scuola, un buon lavoro che permette tutto questo. Un sogno che sembra possibile solo dopo essere stati abbattuti, scannati, macellati, assassinati. E erano andati a cercare lavoro, sicuri di migliorare la loro situazione, alcuni vicini a casa, altri lasciando il loro paese. E continuano, continuano a perdere la vita ogni giorno che Dio manda in terra nel più totale disinteresse. George Bernard Shaw diceva: «Il peggior peccato contro i nostri simili non è l’odio, ma l’indifferenza: questa è l’essenza della disumanità». Ma le urla non le sentite? Voi, voi che continuate a permettere questo scempio. Voi che siete causa e motivo di questa strage di innocenti. Voi, voi non le sentite le loro urla mentre cadono da quaranta metri, mentre vengono stritolati dalle macchine, mentre vengono bruciati nelle vostre stramaledette fabbriche? E le loro facce ve le ricordate? Le facce lacerate dalla disperazione delle madri, delle mogli, dei figli, ve le ricordate? Certamente no. Eh, sì, sono troppi, vero? E poi chissenefrega. È proprio vero: il diavolo è un ottimista se crede di poter peggiorare gli uomini. 2008/10/8 Da quando ho saputo che la Lega vuol trattare gli immigrati come gli automobilisti, assegnando permessi di soggiorno a punti, sono un po’ preoccupato. Non tanto per gli immigrati, ma per me. Nella proposta si parte da un gruzzolo di 10 punti, concedibile a chi abbia manifestato un buon livello di integrazione sociale e una discreta conoscenza della lingua italiana. Ogni violazione di legge determinerà poi una riduzione dei punti, fino all’azzeramento e alla revoca del permesso. Ora, mettiamo che questa patente esistenziale si faccia, e che funzioni. Non vorrei che qualcuno decidesse di estenderla agli italiani, inventandosi una cittadinanza a punti subordinata agli stessi requisiti. Il mio livello di integrazione sociale è pessimo, come quello della maggioranza, e peggiora di giorno in giorno: ci guardiamo in cagnesco ai semafori, sui pianerottoli e negli uffici. La discreta conoscenza della lingua italiana rappresenta un altro problema: tuttora perdo minuti preziosi a chiedermi se si dice «avrebbe dovuto» o «sarebbe dovuto» e nel dubbio opto per un salomonico «dovrebbe», cambiando tempo agli altri verbi. Ma come farà a difendere i suoi punti il funzionario ministeriale che sul sito della Pubblica Istruzione (!) ha scritto per tre volte «qual’è» con l’apostrofo? Rimangono le violazioni di legge e lì mettiamoci tutti una mano sulla coscienza e l’altra davanti agli occhi: ciascuno ha il suo elenco, più o meno innocuo. So soltanto che, se passasse la cittadinanza a punti, in breve ci sarebbero sessanta milioni di apolidi e una penisola deserta.
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