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日志


2008/2/29

le cose non dette

"Che stupidi che siamo: quanti inviti respinti, quante parole non dette, quanti sguardi non ricambiati. A volte la vita ci scorre davanti e noi non ce ne accorgiamo nemmeno!" (da "Le Fate Ignoranti")

2008/2/24

Agitazioni

Notte con Fabio e Lore e Daniele e Martino e la solita cucina della Rita....risveglio agitato a causa dei preparativi per l'arrivo di paky&Rosanna...e una soloa canzone...ma letteralmente...mi son svegliato che già la cantavo A bocca aperta
Buona domenica alle schegge di amore impazzito che girano per l'Italia...
 
                                                            
2008/2/22

Into the wilde

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Penn ripercorre la storia e le vicende di Christopher McCandless, un giovane e brillante laureato in scienze sociali, che decise di fuggire dalle convenzioni di una vita familiare e sociale che non sentiva sua per trasformarsi in Alexander Supertramp, il "Super Vagabondo", intraprendendo un affascinante, malinconico, ma anche esaltante viaggio per le strade americane. Su e giù per le steppe degli Stati Uniti, per i deserti dell'Arizona, con in testa un unico grande sogno: raggiungere l'incontaminata Alaska, con la sua natura priva dell'invadente impronta umana e i suoi enormi spazi verdi.

There is society, where none intrudes,

By the deep sea, and music in its roar:

I love not man the less, but Nature more.

Inizia così, citando Gordon Byron, l'ultima regia di Sean Penn: Into the wild, un piccolo gioiello apparso come d'incanto nel diffuso grigiore della Festa del Cinema capitolina.

Penn costruisce il suo personalissimo viaggio on the road affidandosi a un'inesausta alternanza di piani temporali differenti. I mesi trascorsi in Alaska - vivendo in un furgone abbandonato e malconcio, in mezzo alle fatiche e agli stenti di una natura che il protagonista arriva a sentire 'ancestrale, ostile all'essere umano” - sono infatti un buon pretesto per ripercorrere idealmente le tappe della propria vita, senza soluzione di continuità, in un affollamento di sensazioni, rancori, rifiuti e recriminazioni venate da un ultimo, sottile rimpianto.

Chris va alla ricerca di un'utopica felicità attraverso il contatto con la natura estrema, la natura selvaggia del titolo, e 'Alaska, Alaska, Alaska” è una sorta di formula magica ripetuta incessantemente lungo tutto il corso del film, quasi un esorcismo dalle convenzioni e dalle sovrastrutture sociali che improvvisamente gli vanno strette: eppure qualcosa manca, c'è la consapevolezza di una propria finitezza rispetto alla grandiosità mistica di una natura che, ultimamente, non è compagna. Nonostante il piacere iniziale e la gioia di una libertà senza limiti, una nota stonata, sfocata, non meglio definita, compare a ogni passo durante i quattro lunghi mesi di Chris in mezzo alle nevi; nota che si delinea via via nei flashback, ma senza didascalismi, con una leggerezza di tocco davvero sorprendente. E' il lento riconoscimento di Chris dell'impossibilità di darsi la felicità da solo, la tremenda consapevolezza che tutta la libertà di cui può godere nell'immensa solitudine dell'incontaminato non regge il confronto con la concreta verità di un rapporto umano. Sia esso il rapporto con la sorella, con un improvvisato datore di lavoro, con una coppia di antesignani hippy, o con un padre che ha sempre desiderato ma che non ha mai veramente avuto: 'La felicità è reale solo quando condivisa” - arriverà a scrivere, quasi come un epitaffio, sul suo sgangherato furgone.

Il tema della fuga, centrale nella pellicola di Penn, si fonde e si completa con quello della ricerca, che si risolve - senza sconti consolatori per il pubblico - in un finale duro e per nulla banale. Il regista costruisce due ore e mezzo di storia appassionante, con uno stile che trova sin dalle prime sequenze un giusto equilibrio fra classicismo e sperimentazione, e attraverso una sceneggiatura che incede lenta ma potente, riuscendo ad affascinare e coinvolgere nonostante l'assenza un particolare dinamismo sulla scena.

Into the Wild è un film solido e maestoso, le cui piccole ma trascurabili pecche risultano soverchiate da un'altissima qualità tecnica e artistica.

 

Grazie a Tommy per la proposta, l'invito, la solita compagnia e serata mai scontata.

 

2008/2/9

Uno che basti una volta per tutte

legato a questo video per varie ragioni: la location assolutamente familiare....percorsa centinaia di volte quella strada con quel panorama quel senso di libertà quel sole accecante quella polvere nelle calde giornate di vento caldo d'agosto la voglia di fermarsi metter tenda e dire "bene , per i prossimi due anni non cercatemi"... ci sono cresciuto in questa location e morirò ( fra 300-400 anni nessuno si illuda) con quegli odori e quei colori negli occhi nel cuore nei sensi.

la canzone in sé è bellissima, luciano sa essere straziante e sincero...

queste notti a dormire in luoghi improvvisati a riflettere sul senso si sazietà del corpo e dell'anima, sulla necessità di sentirsi a metà, diviso in un amore in due amori così diversi, così inalinabili in me e così frustranti...ancora l'ossessionante ricerca della totalità che basti una volta per tutte. che basti e amen.

grazie luciano. questa notte ho preso decisioni importanti. ritorno a me.

 

  
2008/2/5

Paese di atei travestiti

Siamo senza governo e col cuore in inverno, senza uno Stato, senza un passato, senza che nessuno si sia mai vergognato, senza ritegno, senza contegno, senza denaro, senza riparo, senza progetto, senza rispetto, senza testa, senza ricambi e con troppi rambi di cartapesta.

Senza più sogni e con troppi bisogni. Senza Sarkò ma con Veltrò. Senza cultura ma con spazzatura, Napoli bella, baracche e Obamastella. Senza dignità ma pieni di sé: di se e di ma. Siamo ancora il Paese Senza di cui scriveva Arbasino e poi Fruttero nella Prevalenza del Cretino. Siamo furenti eppure un po’ stufi di mostrare i denti, cresce il magone ma anche la voglia di Grande Coalizione. Il cielo è scuro, però non butta fango ma neve, e siccome ripartire è duro, è un eroismo lieve, ci piacerebbe ricominciare da qui: da due ragazzi così, che si baciano come si deve. Romeo e Giulietta, Walter e Silvietta. Chiamateli come volete, ma questo bacio è il futuro che non muore, nemmeno in questa Italia di atei travestiti da suore.