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日志


2009/3/28

rispolverare due capolavori per il fine settimana

 

1)AMICI COMPLICI AMANTI

New York, primi anni '70. Il trentottenne gay Arnold Beckhoff (Harvey Fierstein) - che in un flashback vediamo bambino, scoperto dalla madre (Anne Bancroft) vestito e truccato da donna - lavora cantando travestito in un locale di Manhattan. Stanco di sesso estemporaneo, Arnold spera sempre nel grande amore, invano cercato. Crede di averlo trovato in Ed (Brian Kerwin), un insegnante bisessuale biondo e bello, incontrato in un ritrovo gay. Quando tutto sembra procedere per il meglio, Ed opta però per il matrimonio con Laurel. Così Arnold accetta le premure di Alan (Matthew Broderick), un giovane fotomodello che si dimostra un compagno ideale. In breve, i due vanno a vivere assieme al Greenwich Village e chiedono con successo l'adozione di un ragazzo. Mentre stanno mettendo su casa, Alan rimane però ucciso selvaggiamente da una banda di teppisti antigay. Tutto sembra crollare addosso ad Arnold e gli costa molta fatica ricominciare a vivere. La presenza del giovane David (Eddie Castrodad), il ragazzo affidatogli in adozione (anch'egli gay), lo convince a vivere con Ed, che nel frattempo ha lasciato la moglie. Per Arnold va bene così: si comporta da mamma scrupolosa con David, vive un rapporto sereno con Ed e con lo struggente ricordo di Alan. E riesce anche a strappare, dopo uno scontro violento, il placet di sua madre, che, pur non comprendendo le ragioni del figlio, ne accetta definitivamente la condizione.

 

 

2) LA NATURA AMBIGUA DELL’AMORE

 

La bella commedia di Brad Fraser "Resti umani non identificati" è uno schizzo grottesco sulla solitudine, una intrecciata storia di disamori etero ed omosessuali nell’era post Aids, una cronaca del serial killer della porta accanto. Per l’implicazione della cultura gay e per il voler essere sempre sopra il comune senso del pudore, sembra un Genet, ma disegnato a fumetti. Il regista del Quebec Denys Arcand, che già nel "Declino dell’impero americano" registrò il dilapidarsi dei sentimenti, ha chiesto a Fraser di fargli da complice e sceneggiatore, ricavandone un seducente, irrisolto oggetto misterioso da Notti veneziane, "La natura ambigua dell’amore". "C’è niente che non sia malsano?" si chiede il film, che "passeggia", batte con metodo fra giovani impegnati nelle continue (brutte) sorprese dell’amore. Al centro dell’ingorgo emotivo c’è David, "checca professionista", attore mancato, cameriere affermato, coinquilino di Candy, con cui ebbe una sbadata relazione; e c’è Candy, ancora convalescente del gran rifiuto, destinata a non centrare mai i bersagli sentimentali e tentata da una gentile lesbica. C’è un ragazzino di buona famiglia che vorrebbe calare non metaforicamente le braghe e c’è Bernie, seducente eterosessuale con buon impiego ma una doppia vita da serial killer. Eppure Arcand accende una speranza. Il disagio di cui parla viene su dal profondo e la cinepresa s’impegna a evocarlo minuziosamente nelle quotidiane reazioni. Con colori forti e notturni, perché il buio vince sulla luce. Un’invisibile, triste metropoli fa da sfondo con i suoi club per specialisti del sesso. Attori bravissimi (quattro su sette sono debuttanti, Thomas Gibson e Ruth Marshall conducono il gioco), presi dalla strada della borghesia, dotati di disperato humour che consente di scherzare con naturalezza su questo declino collettivo. Arcand mantiene la struttura teatrale, certo meno suggerita e più truce, dando la parolaccia ora all’uno ora all’altro, perfino in tentazione di pochade. Che gruppo, ma uno li vale tutti e tutti lo valgono (Sartre) perché è comune la ricerca di quella dose di tenerezza che nessun pusher offre mai.

2009/3/19

Scandalo a Londra

continua il mio periodo fortunato nella scelta dei film da visionare. E ieri sera Iris, il canale free del digitale terrestre di mediaset, nell’ambito di una serie di film gay themes in onda il mercoledì sera, è andato in onda “scandalo a Londra”, opera prima del regista anglo-canadese Ian Iqbal Rashid, il film si avventura in un territorio ormai diventato quasi un classico per il cinema gay. Ricco di omaggi e citazioni ispirate alle battute di Doris Day e Rock Hudson, Touch of Pink è la versione moderna e gay della classica fiaba romantica hollywoodiana anni Cinquanta. Racconta le disavventure di Alim, un giovane fotografo di origini Indiane, che si ritrova improvvisamente prossimo alla fine della sua dolce vita londinese. E per fare contenta la mamma rischia di perdere l’amore del fidanzato Giles, incastrato tra le aspettative della famiglia (che paura queste mamme!) e la disperata voglia di coerenza e sincerità. Tutto parte dalla mamma in visita. Arriva a Londra inaspettatamente, la sua missione è convincere il figlio a tornare con lei a Toronto a sposarsi con un grosso e grasso matrimonio indiano. Alim non ha scelta: negare, negare, negare. Questa è la sua prima reazione. Ma è una decisione che non porta a niente di buono. L’amore è a rischio, mentre la mamma (che è sempre la mamma), non se la beve facilmente. Nel tentativo di de-gayzzare la sua vita senza perdere il compagno, l’unico aiuto gli arriva da un amico immaginario, tale Cary Grant . Finché un giorno la verità salta fuori, come sempre accade nella vita, improvvisa e inaspettata. Touch of Pink è il ritratto affettuoso e attento di una famiglia in fuga dalla tradizione. Un melodramma dai risvolti comici in cui l’amore, come nelle favole che si rispettino, trionfa su tutto. IMPERDIBILE. Presentato al Festival di Toronto 2003. Ho cercato il trailer in italiano ma nn l’ho trovato. Ma il film esiste anche a noleggio.

 
 
2009/3/1

milk

Harvey Milk è omosessuale, è laureato in matematica e lavora presso una Società di Investimenti a Wall Street. A un soffio dagli anni Settanta e dal suo quarantesimo compleanno, Harvey incontra e ama (per sempre) Scott Smith. Trasferitisi a San Francisco con un sogno di amore e di emancipazione, Harvey e Scott aprono un negozio di fotografia nel quartiere Castro. Davanti e dentro il Castro Camera si raccoglierà presto un gruppo di giovani attivisti omosessuali, emarginati (dalla società) e diseredati (dalle famiglie) alla ricerca di un sogno promesso e dei loro diritto contro la campagna di intolleranza avviata dagli ultraconservatori. Sostenuto dai suoi guys e da eterosessuali illuminati, Harvey si candida alla carica di consigliere comunale per una, due e tre volte. La sua terza campagna gli regala l'agognato incarico. Promotore della storica ordinanza sui diritti dei gay e trionfatore sulla Proposition 6, che voleva bandire gli omosessuali dall'insegnamento nelle scuole pubbliche della California, Milk verrà assassinato dal livore e dalla frustrazione di un ex consigliere. Trentamila persone marceranno da Castro al Municipio in una veglia pacifica che dal Settantotto alimenta e sostiene il sogno di Harvey.
Arrivano da una mala noche, dai drugstore rapinati, da uno squat gotico di Portland o da un malfamato skate park, i guys di Gus van Sant, raccolti e accolti nella Castro Camera di Harvey Milk, centro sociale e umano prima che redditizia attività commerciale. Sono i belli e dannati stroncati dalla morte sulle strade lontane da casa della sua filmografia ma sono pure i cowboy fragili e consapevoli del Wyoming di E. Anne Proulx o i mysterious boys di Gregg Araki, giovani vite in irrevocabile rottura con l'universo familiare e rassegnati alla forza di un destino già marcato. Disorientati e alla deriva, “mai pronti per Paranoid Park” e per le rampe e i dossi della vita, i nati perdenti di Van Sant si trasferiscono a San Francisco, dove questa volta diventano adulti e maturi sfidando i “grandi”. Quelli che nei film del regista americano ci sono senza esserci. Genitori divorziati, istruttori, insegnanti, poliziotti, presenze sfocate che si offrono di spalle, incapaci di ascoltare e di intendere, di esprimere e di comunicare. Il corpo giovane dell'America, inghiottito dalla noncuranza degli “educatori”, incontra Harvey Milk, politico e attivista negli anni Settanta, adolescente sensibile e in fuga da un quotidiano ottusamente crudele negli anni Quaranta. Harvey ha vissuto in una clandestinità “volontaria” la sua omosessualità, fino a quando non ha incontrato Scott e poi Clive e poi Jack, Dick, Jim, Danny. Folgorato da persone che versano in condizione di svantaggio (l'omosessualità, ma anche l'etnia, l'origine ambientale, il colore della pelle), le spinge a uscire dalla marginalità cui sembrano obbligate e a lottare per i loro diritti.
Harvey Milk è l'adulto che interviene a mediare l'integrazione di eroi socialmente deboli, trovando in quell'esperienza il coraggio di affrontarsi e affrontare i propri fantasmi. L'elezione a supervisor di Milk è il riconoscimento sociale del loro padre di adozione, “doppio” e “simile” che ricopriva nella società un ruolo marginale. Sean Penn e James Franco, coppia poetica che rievoca quella “da marciapiede” di River Phoenix e Keanu Reeves, interpretano la libertà morale delle immagini di Van Sant, indossando cravatta e norme sociali, e vivendo la loro storia “in legittimità”. Rinunciando al disordine mentale e al mondo capovolto abitato dai suoi adolescenti, alla singolarità del suo sguardo e a porsi in netta contraddizione con l'industria cinematografica e la società intera, il regista affronta un tema strettamente personale in un film dal sapore convenzionale e raffinato. Scartando ogni scivolamento nel pruriginoso per farsi ascoltare e frequentando un cinema ampiamente battuto per farsi vedere, Milk riconosce ai cowboy e alle cowgirls il diritto di esistenza e di replica.

Un grande film, sicuramente tra i film della mia vita. Ho aspettato il giorno giusto per vederlo. E non sono pentito di averlo fatto. Questo lo è stato. Il primo 10 a un film da anni a questa parte. Tutti gli oscar meritati.