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2009/4/25 ARRIGO LEVI
Le celebrazioni per la fine della Seconda guerra mondiale, in tutta Europa e nel mondo, sono così dense di significati e di potenti emozioni da rendere arduo sintetizzarle in poche parole. Si festeggia una fine, ma anche un principio. Si celebra la fine di un incubo, che per qualche anno era sembrato avverarsi: l’incubo di un mondo unito e integrato dalla folle fantasia nazista, dominato dal mito della «Herrenrasse», che dopo avere corrotto e travolto nel gorgo di una tragica avventura un popolo di antica e nobile cultura, la Germania, avrebbe ridotto a schiavitù quella culla di civiltà che era stata ed era l’Europa. E si celebra l’aprirsi degli animi a una nuova speranza di pace, e la messa in cantiere di una straordinaria impresa, che era la riconciliazione tra i popoli che fino al giorno prima si erano dissanguati in un gigantesco scontro di eserciti. Il panorama delle città in rovina, le sconvolgenti immagini di campi di sterminio dove si aggiravano gli scheletri viventi dei pochi sopravvissuti, erano divenute di colpo il passato, il nostro passato. Quel mondo distrutto eravamo noi, gli Europei, e ci sentivamo, a torto o a ragione, tutti colpevoli. E il futuro? Che futuro ci aspettava? Se si torna con la mente a quelle giornate, le immagini dominanti sono di popoli in festa, ubriachi di gioia. Lo spirito di quei momenti non è dimenticato. La giornata simbolo della fine della guerra in Italia, il 25 Aprile, è per sua natura festa di tutti: dei partigiani vincitori ma in egual misura degli sconfitti, perché tutti riacquistarono in quella giornata quel bene supremo che ha nome libertà. Noi celebriamo non soltanto la fine della guerra ma la fine del fascismo, la liberazione di un popolo, il popolo italiano, «leading member della famiglia delle nazioni europee, che era stato scagliato da un dittatore negli orrendi conflitti del Nord». La definizione che ho citato è tratta da un discorso di Winston Chrchill: l’uomo che più di ogni altro al mondo aveva contribuito alla sconfitta del Male supremo che era il nazismo, e che per naturale magnanimità si era subito messo strenuamente all’opera per proporre la riconciliazione fra tutti i popoli europei. Nel 1947, in uno di quegli storici discorsi che furono altrettante pietre miliari sulla via dell’unità europea, disse allora degli Italiani: «Mi dicono che l’idea di una Europa unita suscita intensa attrazione sugli Italiani, che guardano al passato, al di là di secoli di confusione e disordine, alle glorie dell’età classica, quando una dozzina di legioni bastavano per mantenere la pace e la legge attraverso immensi territori, e quando uomini liberi potevano viaggiare liberamente, perché erano uniti da una cittadinanza comune. Noi speriamo di costruire un’Europa in cui gli uomini saranno altrettanto orgogliosi di dire “Sono un Europeo”, come un tempo lo erano stati di dire: Civis Romanus sum». La mano di pace tesa dai popoli vincitori fu stretta nella mano dei popoli vinti, che insieme a tutti gli altri avevano riscoperto l’anima profonda, l’identità vera che sembrava perduta, della civiltà europea. Legare il ricordo della Liberazione al ricordo di quella che di lì a poco sarebbe stata la costruzione, in uno slancio di passione civile che coinvolse tutti gli Italiani, della libera Costituzione di una libera Repubblica, non è un espediente retorico. In quel breve arco di tempo non era stata lasciata alle spalle soltanto la guerra, con gli odi, i rancori, le vendette che ne furono lo strascico. Era stata lasciata alle spalle, insieme con la dittatura fascista, tutta una storia, italiana ed europea, densa di aspre e insensate guerre civili. Si era attinto, per trarne nuove forze, ad altre fonti di pensiero, che non si erano esaurite, ritrovando in esse tutta la grandezza della civiltà europea, figlia di Grecia e di Roma, figlia del rivoluzionario sogno di libertà e pace fra tutti gli uomini e fra tutti i popoli che, con l’irruzione nella storia d’Europa e del mondo dell’idea ebraico-cristiana di Dio nella storia, era divenuto primo motore della civiltà europea. L’Italia ne era stata per molti secoli il cuore. Le immagini, che ancora vivono nella mente, delle nostre piazze piene di folle esultanti, in quelle giornate della nostra primavera, ci trasmettono soprattutto un possente messaggio di speranza. E ci incitano a guardare avanti, alla missione di un’Europa di pace in un mondo ancora così tormentato da suscitare in noi vaste paure. Riportiamo nell’anima nostra il sentimento allora dominante. Istintivamente, tutti allora sentivano che la fine della guerra era anche un nuovo principio; anche se forse solo pochi grandi spiriti avevano già chiaro nella mente un progetto politico concreto, quello di un’Europa unita che era assai più di un sogno. Era il disegno rivoluzionario di un futuro ben radicato nel nostro migliore passato, nutrito da un ritrovato spirito di fratellanza e da una volontà di perdono che avevano in sé qualcosa di miracoloso. Ciò fu, ed è, per noi italiani, per tutti noi, il 25 Aprile. L’ultimo caso di uso criminoso della tv pubblica ha per protagonista il mago Silvan, sì proprio lui, quello che da cinquant’anni lancia messaggi in codice: «Sim-sala-bim». Nel corso di Domenica In, il vecchio illusionista comunista (tutti ricordano quando si fece rinchiudere nella tomba di Lenin e dopo due ore ne uscì Fassino) agita la bacchetta magica sotto gli occhi compiaciuti della conduttrice Lorena Bianchetti. «Poi la impresteremo a Berlusconi» sussurra, alludendo (immagino) a una frase del premier, «Non ho la bacchetta magica», riferita ai tempi di ricostruzione dell’Aquila. A nessuno sfugge il codardo oltraggio. Di sicuro non alla Bianchetti che, non potendo sbianchettare il mago, provvede seduta stante a imbiancare se stessa, trasformando il bel sorriso di poco prima in una maschera di cera. Mentre l’ignaro Silvan continua il giochino di prestigio, la sventurata placa con ampi gesti un funzionario che dietro le telecamere le sta gridando di strozzarlo in diretta. Appena il mago finisce i sim-sala-bim, lei lo affronta a muso duro: «La tua battuta è assolutamente personale». E parte in quarta con un monologo sull’impegno delle istituzioni nella tragedia. Ma la cosa più straordinaria non è il monologo della Bianchetti. È la faccia di Silvan. Si guarda intorno, alla ricerca di qualcuno che gli spieghi se si tratta di uno scherzo o di una puntata-pilota del «Lecchino d’oro». Davanti allo schermo, osservo la sua bacchetta magica con nostalgia. Mago della mia infanzia, ti prego, fammi scomparire in un mondo di schiene dritte 2009/4/18 Diario mediatico di un giorno di crisi. Apro il giornale e leggo di una donna inglese con la voce d’angelo e la faccia da rospo che a cinquant’anni emerge dal cono d’ombra in cui l’aspetto fisico l’aveva reclusa e diventa una stella della tv. Sulla copertina di una rivista spunta il volto da geroglifico di Rita Levi Montalcini, immortalata alla vigilia dei suoi primi cento anni. Su un’altra resistono la Bellucci e la Herzigova, però fotografate senza trucco: sempre belle, non più irraggiungibili. In televisione la rivelazione sanremese Arisa gioca con la sua goffaggine, mentre scorre la pubblicità di un uomo di 102 anni che affida a una pronipote in fasce la nuova parola d’ordine: non più «ricchezza», «benessere» e neppure «ottimismo», ma «felicità». Potrei andare avanti: la vecchiaia e la bruttezza non avevano mai goduto di tanta fortuna. E fa un certo effetto ritrovarle esaltate proprio in quelle cattedrali della visibilità che negli ultimi decenni avevano imposto l’eterna bellezza e l’eterna giovinezza come valori assoluti, ma così assoluti che per ottenerli si era disposti a sacrificare anche l’intelligenza sull’altare dell’eterna idiozia. Poiché il sistema della comunicazione non ha mutato missione sociale - vendere - si deve parlare di un cambio di strategia. La sostanza ricomincia a prevalere sull’apparenza. Qualcuno ne darà il merito alla crisi che sforbicia l’effimero e si concentra su ciò che è essenziale: la saggezza, il talento, la sobrietà. Per ora sembrano i postumi di una sbornia. Speriamo di non risvegliarci con il mal di testa. 2009/4/1 Può darsi che abbia un po’ esagerato. Sì, può darsi che la maestra di una quinta elementare di Novara abbia un po’ esagerato nel rispondere in maniera esplicita alle domande dei suoi imberbi allievi, che durante una lezione di scienze su «corpo umano e apparato riproduttivo» le avevano chiesto cosa fosse il sesso orale e a cosa servissero, a letto, le manette e i frustini. Anziché eludere la loro curiosità e spedirli dietro la lavagna con un libro di catechismo sotto le ginocchia, la maestra ha spiegato con tono asciutto che il sesso orale è quello che si fa con la bocca, e che frustini e manette sono dei giochi erotici. Le birbe hanno riferito a casa e, apriti cielo!, i genitori hanno chiesto alla preside la rimozione della pervertita. Può darsi che abbia un po’ esagerato. Ma la maestra ha compiuto un’operazione importante: ha tolto al sesso la sua morbosità. Il sesso non è un peccato di cui vergognarsi, per poi alludervi di continuo nelle barzellette, nei balletti e nella pubblicità. Il sesso è un gioco sacro che diventa vizio solo quando viene investito di un’aura perversa di proibito. Fra programmi televisivi e discorsi di adulti intercettati in casa, da quante parole e situazioni a sfondo sessuale viene aggredito ogni giorno un bambino di dieci anni? Sì, può darsi che la maestra abbia un po’ esagerato. Ma mai quanto quei genitori che si sono scandalizzati per le sue risposte, invece di chiedersi in che modo i loro figli avevano appreso le domande.
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