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日志


2009/9/18

Il virus…

Devo confessarvi un disagio che mi auguro sia anche vostro: ho contratto il virus dell’influenza V. La malattia si manifesta con attacchi di nausea e scatti di insofferenza ogni volta che mi imbatto nei due bacilli V: violenza e volgarità. La lettura dei quotidiani, con quella sequela di insulti e allusioni senza ironia, abbatte già di primo mattino le difese immunitarie. E la situazione peggiora nel corso della giornata, quando vedo i corpi delle donne esibiti in tv senza rispetto, quando sento le persone urlare e aggredirsi a vicenda per il puro gusto di coccolare il loro ego confuso, quando mi rendo conto che i valori - ebbene sì - borghesi che mi furono inculcati da piccolo (fra i quali la tolleranza e un pizzico di ipocrisia) non hanno più corso in una società che esalta come sinceri i comportamenti esibiti, tracotanti e settari. Ad aggravare i sintomi del male c’è la sensazione che quello fuori posto sia io, incapace di schierarmi o di qua o di là, perché di qua c’è gente di cui mi vergogno e di là gente di cui non mi fido. Mi sembra che questa vergogna e questa sfiducia siano monopolio di una minoranza, accerchiata da due eserciti di fanatici assertivi che anziché i propri talenti esibiscono le miserie altrui, rinfacciandosele a vicenda.
Uno dei due eserciti è oggi più violento e volgare, ma questo non basta a trasformare la mia resistenza etica ed estetica nella condivisione di un progetto alternativo che appare troppo simile all’altro. Proverò a guarire con le uniche medicine che conosco: l’amore, la musica e la letteratura. Se qualcuno conoscesse un vaccino migliore, me lo faccia sapere.

Perchè???

Ogni tanto mi piacerebbe che la politica fosse come l’Inter: zeppa di stranieri. Meglio se tedeschi e scandinavi. Burocratici, slavati, seri. Che noia meravigliosa. E invece eccoli, i nostri ragazzi. Arrivano al Parlamento Europeo di Strasburgo e danno subito spettacolo. Dibattito sull’immigrazione: il capogruppo dei democratici alza la mano e denuncia il governo dell’Italia, cioè del suo Paese. Stupore fra gli eletti delle altre nazioni, ancora affezionati a concetti desueti come la dignità nazionale. Ma niente paura, l’esponente del Pdl chiede la parola e rimbecca il suo accusatore. I colleghi abbassano il volume della traduzione simultanea e si chiedono: questi italiani, le magagne di portineria non potrebbero risolverle a casa loro?
Certo, ma va detto che all’estero c’è molto più gusto. Infatti non è finita: si alza un certo Rivellini, punta il mite Barroso appena rieletto e attacca la serenata: «L’aggia vutato presidente ’e tutta all’Europa, pure do Sud, pecché ’o Sud sta miezzo ’o Mediterraneo». Barroso smanetta sull’auricolare e come lui qualche centinaio di deputati, ma la traduzione dal napoletano non è contemplata. Neanche l’accompagnamento al mandolino, che pure sarebbe stato molto più gradito. Tutti sorridono. Tutti scuotono la testa. Tutti ci considerano una banda di estrosi (eufemismo), degna di essere governata da chi, con loro sommo e reiterato stupore, ci governa. Eppure non è questa l’immagine che gli italiani danno di se stessi quando vanno all’estero da dipendenti o imprenditori. Perché solo in politica dobbiamo farci ridere dietro? Pecché? Pecché?

2009/9/10

un necrologio d’amore

Credo non ci sia maschio, anche se di successo e rosolato allo spiedo delle telecamere, che non sogni di essere ricordato dalla sua donna nell’ora della propria morte con queste parole: «Hai avuto una vita splendida e io sono così fortunata che l’ho condivisa con te. Grazie. Ti amo». È il testo con cui Daniela Zuccoli ha salutato il marito Mike Bongiorno dalla pagina dei necrologi del «Corriere». Un testo asciutto e perciò così commovente. Qualsiasi uomo che alla fine degli esami ottenga una pagella simile dalla persona che ha amato potrà ben dire di non aver vissuto invano. È come se dopo la grappa, i prosciutti e le pellicce, Mike (cui ci vollero tre matrimoni prima di trovare quello giusto) avesse deciso di congedarsi con un’ultima fenomenale televendita dedicata alle coppie. A quelle fisse, stabili e ancora innamorate, nonostante tutto. Che non inseguono più le emozioni ma i sentimenti, e quindi non fanno notizia, ma fanno la vita e la costruiscono insieme, un giorno dopo l’altro.
L’amore di coppia non va «per la maggiore», avrebbe detto lui. Non fa vendere giornali, se riguarda i vip, e non alimenta pettegolezzi, se riguarda i nostri amici. È un elemento statico in un mondo che il mercato vorrebbe in movimento perpetuo. Inoltre è un mestiere faticoso, impone rinunce e compromessi continui, e presenta il conto a milionari e poveracci, senza distinzioni. Non prevede ricompense né riconoscimenti ufficiali. Solo due righe di necrologio e la sensazione di essere un po’ più vicini degli altri al cielo.

2009/9/4

i sogni ritrovati

Il mio sogno strozzato di bimbo era di montare sul primo treno diretto a Chissadove. Lo sta realizzando in mia vece Toby Field. Toby è un moccioso inglese di quattro anni che ogni tanto scappa dalle sottane della madre, sgambetta fino a una stazioncina del Kent e monta sul primo treno diretto a Chissadove. Lo ha già fatto quindici volte e quindici volte lo hanno bloccato i ferrovieri, ai quali egli si rivolge con educazione per chiedere un biglietto e avere informazioni sul viaggio. Rimane sempre deluso. Essendo adulti, ne sanno molto meno di lui: oltre il finestrino vedono prati e fabbriche, mentre per Toby ci sono mari tempestosi e vascelli in fiamme. Alla stazione successiva lo fanno scendere e accomodare in sala d’attesa per dare il tempo all’ansimante mamma Kirstie di venire a riprenderselo. La povera donna ha paura del giorno in cui il figlio perderà l’innocenza e da poeta si trasformerà in ladro: appena incomincerà a nascondersi ai bigliettai, quello a Chissadove è capace di arrivarci sul serio e anche di perdercisi. Così da qualche tempo in tutte le stazioni del Kent, accanto alla foto della regina Elisabetta, campeggia quella di un moccioso di quattro anni: chiunque lo veda aggirarsi su un treno è pregato di fermarlo.
Ho il cuore spaccato. Mi immedesimo nell’ansia della madre, però immagino anche quanto sia bello essere Toby. Alla sua età l’importante non è ancora arrivare, ma mettersi in cammino. La meta del viaggio rappresenta solo lo stimolo per partire. E chi incomincia presto a cercare ciò che ama, finirà quasi sempre per amare ciò che trova.